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Issue #077 “Mettere al bando un libro significa bandire un’idea”: cosa c’è dietro la recente ondata di libri vietati?
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Women protesting about book bannings and censorship Getty

“Mettere al bando un libro significa bandire un’idea”: cosa c’è dietro la recente ondata di libri vietati?

Lo scorso anno, la scrittrice Margaret Atwood ha commissionato un’edizione limitata e non infiammabile del suo romanzo Il racconto dell’ancella. Fin dalla sua pubblicazione nel 1985, il libro è stato messo al bando, o è stato oggetto di richieste di messa al bando, in varie aree degli Stati Uniti, oltre che in paesi tra cui Portogallo e Spagna, per motivi di blasfemia, contenuti sessuali, ostilità al cristianesimo e presenza di personaggi LGBTQIA+. Per celebrare l’edizione non infiammabile del libro, Atwood ha scritto su The Atlantic: “A coloro che pensano di impedire ai giovani di leggere Il racconto dell’ancella dico: buona fortuna. Gli farà solo venire più voglia di leggerlo”. Realizzato in carta resistente al fuoco, questo libro non infiammabile era un atto di sfida, un simbolo della reazione di Atwood alla messa al bando dei libri, che siano suoi o di altri autori.

Image of author Margaret Atwood burning Handmaid's Tale book with flame
Margaret Atwood, Penguin Random House/Sotheby’s

Anche se da un recente rapporto dell’American Library Association è emerso che il 2022 è stato un anno da record per i tentativi di messa al bando dei libri negli Stati Uniti, questa pratica va avanti da secoli. Dalla Bibbia alla serie di Harry Potter, i motivi per la messa al bando dei libri possono essere vari. Mickey Huff è direttore del Project Censored negli Stati Uniti, il motore che muove l’iniziativa globale Banned Books Week. Secondo Huff, si tratta di potere: “I libri finiscono spesso nel mirino della censura perché sfidano lo status quo sociale o le convenzioni. I libri che trattano tematiche che vanno contro le strutture di potere prevalenti mettono a disagio chi sta al potere, rendendoli reazionari piuttosto che tolleranti e inclusivi”.

Daniel Gorman, direttore di English PEN, un’organizzazione che promuove la libertà di scrivere e leggere in tutto il mondo, aggiunge che la messa al bando dei libri può far parte di un processo di eliminazione: “La messa al bando di un libro ha lo scopo di bandire un’idea, che a sua volta scaturisce nella messa al bando di un’identità”.

La messa al bando dei libri non ha però a che fare solo con la politica e l’ideologia, ma include anche le richieste di bandire o rielaborare i testi offensivi in termini di misoginia, omofobia e razzismo. A maggio di quest’anno, la studentessa di Belfast Angel Mhande ha chiesto che il romanzo di John Steinbeck del 1937 Uomini e topi fosse rimosso dal programma scolastico a causa dell’uso di offese a sfondo razzista. Nel 2019 Pink News ha riportato che una biblioteca scolastica di Londra presentava dei libri che “promuovevano l’intolleranza e l’odio verso l’omosessualità”, e un altro che “conteneva idee misogine”. Nel 2018 alcuni attivisti a Bangkok hanno chiesto al governo thailandese di rimuovere una serie di libri di testo dalle scuole, compreso uno che consigliava ai genitori di “portare i loro figli LGBT dallo psichiatra”. Varie università nel Regno Unito hanno fatto scattare segnali di allarme in relazione ad alcune liste di libri da leggere, tra cui alcuni di Shakespeare e Jane Austen, per proteggere gli studenti da contenuti che potrebbero offendere la loro sensibilità. E continua inoltre il dibattito sulla proposta di riscrivere le opere di Roald Dahl per eliminare i contenuti potenzialmente razzisti e sessisti. 

Secondo Gorman un libro non andrebbe mai messo al bando, ma il contesto è essenziale. “Anche i materiali più estremi andrebbero pubblicati in qualche forma e con i metodi di divulgazione appropriati. Potrebbero esserci dei casi in cui l’eliminazione di contenuto è accettabile, ad esempio in caso di immagini non consensuali o testi diffamatori, ma questo va definito chiaramente”. Su questa linea, Huff aggiunge: “Mettere al bando i libri come forma di censura è segno di una repubblica democratica al collasso, che strizza l’occhio al totalitarismo. Non bisogna restare passivi e lasciare che queste cose accadano. Nessun censore, nessuna censura”.

Simon Coates è uno scrittore e artista residente a Londra che ha scritto per varie riviste tra cui The New European e per il giornale scozzese The National

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