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Issue #024 Come possiamo combattere i danni sociali e ambientali del denim
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Image of person walking, wearing denim jeans and floral heeled boots Coveteur/Trunk Archive

Come possiamo combattere i danni sociali e ambientali del denim

I jeans sono il caposaldo dell’abbigliamento. In qualsiasi momento, circa metà della popolazionemondiale li indossa e miliardi di capi vengono venduti ogni anno. Le vendite del denim sono crollate durante la pandemia ma ora sono di nuovo in auge, con una domanda di jeans che è aumentata del 23% nel 2021, e sembra che il denim sia stato il protagonista principale delle settimane della moda A/W e SS. Il principale ingrediente della combinazione basilare ‘jeans e una bella maglia’ potrebbe apparire abbastanza innocuo, ma la produzione del denim è una fonte di notevole danno sociale e ambientale. 

Iniziamo da cosa rende il denim tale: lo storico colore blu. Anche se in origine si usava l’indigo naturale per tingere il denim, ai primi del ‘900 questo fu sostituito da un indigo sintetico derivato dal petrolio, molto più economico, e ora l’industria del denim ne utilizza più di 40.000 tonnellateall’anno. E nella miscela ci sono anche prodotti chimici come la formaldeide e il cianuro, utilizzati durante la produzione per preparare la tinta e impedire la crescita di batteri e le macchie.

Se tutti questi prodotti chimici vengono scaricati nei corsi d’acqua locali dopo la produzione, possono privare la vita acquatica di ossigeno, uccidendo l’ecosistema naturale. E il problema con l’acqua non finisce qui. La Levi ’s ha scoperto che un solo paio di jeans 501 utilizza 3.781 litri di acqua in un ciclo di vita, e un paio di jeans usati può rilasciare circa 56.000 microfibre per lavaggio. 

Se ti piace il look consumato probabilmente i tuoi jeans sono stati sottoposti a sandblasting (sabbiatura), un processo che può causare problemi respiratori ai lavoratori e silicosi, una malattia polmonare permanente che si contrae dopo aver inalato grossi quantitativi di polvere di silice abrasiva. Spesso focalizziamo la nostra attenzione sulla natura, in quanto la crisi climatica è, per ovvie ragioni, al primo posto nei nostri pensieri, ma dovremmo sempre rivolgere la nostra attenzione anche ai lavoratori. Il cotone, di cui è fatto il denim, ha dei legami pericolosi e inconfutabili con i lavori forzati degli uiguri. Si calcola che più di un milione di uiguri , la più grossa minoranza etnica a Xinjiang, in Cina, siano stati detenuti in ‘campi di rieducazione’ e circa uno su cinque dei capi in cotone sono legati ai lavori forzati in quell’area.

Allora rinunciamo al denim? Non necessariamente, ma dobbiamo prestare attenzione ed esercitare pressione sui brand e sui commercianti che hanno il potere di migliorare le cose. E, per fortuna, alcuni si stanno già mettendo al lavoro, creando un’industria del denim di minor impatto e più adeguata alle esigenze future. Ecco cinque brand e tecniche innovative da tenere d’occhio.

  1. Jeans waterless: Nel 2011 la Levi ’s ha introdotto i suoi jeans ‘Water<Less’ che possono far risparmiare fino al 96% di acqua rispetto alla produzione tradizionale. Da allora il colosso del denim ha fatto grossi passi avanti e, già dal 2020, il 67% dei suoi prodotti sono Water<Less, il che consente di risparmiare 13 miliardi di litri di acqua.
  2. Denim stretch biodegradabile: Occorrono centinaia di anni per distruggere le fibre in plastica utilizzate per creare il denim stretch. Lo storico produttore italiano di denim, Candiani, ha voluto raccogliere questa sfida con Coreva, il primo tessuto in denim stretch biodegradabile. Alla fine del suo ciclo di vita, il tessuto può essere restituito alla natura fungendo da fertilizzante per il nuovo cotone. Molti brand tra cui HiutDenham e Stella McCartney hanno adottato il tessuto.
  3. Nettle denim: Lanciato da Pangai e prodotto ancora una volta da Candiani, PANettle (denim prodotto con fibre di ortica e cotone organico) deriva da una pianta spontanea, sostiene gli agricoltori nei periodi di media stagione, utilizza meno acqua ed è tracciabile. Davvero sorprendente.
  4. Riparazioni per una lunga durata: Per rispettare il lavoro e le risorse che vengono spesi per ciascun paio di jeans, Nudie JeansGanniIron Heart offrono riparazioni gratuite per una lunga durata. E, anche se non sono gratuite, si possono ottenere riparazioni anche tramite vari brand, tra cui Levi’s e Uniqlo
  5. No agli sprechi, sì al riciclo: Il denim merita di essere apprezzato per sempre, anche quando non può essere più riparato nella sua forma originale. Ecco perché ELV Denim e Revival London hanno adottato un approccio “zero spreco”, con un riutilizzo creativo e l’uso del patchwork, rilavorando il denim per trasformarlo in qualsiasi cosa, da jeans reimmaginati a corsetti e borse.

Sophie Benson è una giornalista freelance che si occupa di moda sostenibile dal punto di vista dell’ambiente e dei diritti umani. È la giornalista per la sostenibilità di Dazed e scrive per varie riviste, tra cui Vogue, AnOther e i-D

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