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Issue #076 Che ne sarà della “body positivity” ora che è tornata di moda la magrezza?
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A topless female body, bound in velvet ribbons © Eric Traore/Trunk Archive

Che ne sarà della “body positivity” ora che è tornata di moda la magrezza?

Tre anni fa, istigata dal tentativo del governo britannico di usare i pazienti sovrappeso come capro espiatorio per i problemi legati al Covid, ho lanciato insieme alla fotografa Chloe Sheppard The Fat Zine, una piattaforma in cui i creativi in sovrappeso potessero trovare uno spazio sicuro per presentare le loro opere, sostenuti da un team composto solo da altri creativi di taglia forte. Ad oggi, abbiamo venduto oltre 2.500 copie e accumuliamo ogni giorno sempre più follower, con corpi di tutte le forme.

Creare The Fat Zine non è stata proprio una novità per me, perché scrivo di body positivity da quasi dieci anni. Questo termine, però, esisteva molto prima di entrare nel gergo comune agli inizi del 2010. I fautori della “fat liberation” coniarono questa espressione negli anni ’60 per incoraggiare le persone grasse ad accettare il loro aspetto e ad amare il proprio corpo, invece di vedere le nostre forme come qualcosa di negativo. Con l’aumento della popolarità dei blog di moda per le taglie forti 10-15 anni fa, in concomitanza con l’ascesa degli ideali femministi in altre parti di Internet, la body positivity è emersa al fianco di altre tematiche tra cui l’intersezionalità e la cura di sé. 

Molto presto, le aziende che si sono accorte di poter far soldi da quell’emancipazione del corpo femminile hanno iniziato ad adattare le loro campagne pubblicitarie alle nuove tendenze della società. Il cosiddetto “girl power” veniva ora utilizzato per promuovere campagne che pubblicizzavano lecca-lecca dimagranti. Le palestre hanno iniziato a mostrare sorellanza e solidarietà rispetto al “body shaming” del passato, cambiando il nome delle loro lezioni con alternative più sensibili alle tematiche femministe (senza alcun riferimento a glutei, cosce e addome). I brand di fast fashion, poi, hanno venduto cataste di T-shirt con il disegno stilizzato del seno cascante.

Da questa appropriazione del linguaggio dell’accettazione di sé, è normale che stiamo iniziando a stancarci di questi termini. Molte persone avvertono un senso di stanchezza in relazione al femminismo e ora si teme sempre più che un’ulteriore liberazione non sia garantita in futuro.

Per gli attivisti della fat liberation in particolare, il ritorno all’adorazione della magrezza estrema nella cosiddetta “celebrity culture” e nei mass media è un colpo decisamente basso. Sulle passerelle si vedono meno modelle di taglia forte rispetto agli anni passati e le battute d’arresto sui diritti riproduttivi influenzeranno soprattutto le persone che già lottano per ricevere un’assistenza sanitaria adeguata. Sapevi, per esempio, che i contraccettivi di emergenza non funzionano, e non hanno mai funzionato, per le persone sovrappeso?

Molti danno la colpa a Ozempic, il nome commerciale del farmaco semaglutide, che viene somministrato mediante iniezioni settimanali ed è stato originariamente sviluppato per curare il diabete di tipo 2. Improvvisamente c’è una “soluzione” rapida, e coloro che da sempre odiano le persone grasse, anche se fanno finta che non sia vero, hanno una giustificazione. E sebbene molte persone possano avere un rapporto migliore con il proprio corpo a livello personale come mai prima d’ora, il problema principale al centro del movimento di fat liberation da cui è nata la body positivity continua a essere ignorato.

Per il secondo numero di The Fat Zine, in collaborazione con la stimata scrittrice di taglia forte, Marie Southard Ospina, abbiamo realizzato una sorta di cronologia per tracciare i progressi del movimento di fat liberation nel corso degli anni fino ai giorni d’oggi.

Così come è successo per il femminismo, anche il movimento di fat liberation ha avuto alti e bassi. Avendo vissuto in prima persona il fenomeno del body shaming degli anni ’00 e la travolgente quarta ondata del femminismo negli anni ’10, e assistendo ora a quello che si prevede sarà un decennio di venerazione della magrezza, è importante come non mai riconoscere queste tendenze. Questa regressione non segna la fine del femminismo o della body positivity, ma è un momento cruciale in cui è essenziale aprire la strada alla prossima ondata di liberazione femminile e del corpo.

Gina Tonic vive in Galles e scrive di cultura e di sesso. È redattrice di The Fat Zine, una rivista dedicata alla divulgazione di arte e storie di creativi di taglia forte

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